// Antologia Critica sull’opera pittorica e grafica

Giovane, poco più che ventenne, ma con già dietro di sè un passato di mostre e di riconoscimenti, Maurizio Trentin è, senza dubbio, una delle voci più autentiche e valide, della giovane pittura veneziana.
E come tutti i giovani che hanno studiato sul serio ed intendono operare con altrettanta serietà, riesce a trasporre le sue intenzioni in un racconto caratterizzato da chiarezza di narrazione e robustezza di linguaggio.
Discorso, quindi, quello di Trentin, che ha alla base la perfetta conoscenza del mezzo sposata a motivazioni di ordine estetico e ideologico di sicura presa ai fini di un giudizio che guarda ben dentro alla già stimolante attività di questo pittore sul quale la critica più attenta e difficile si è già espressa con positive e confortanti parole.
Quali, quindi, le ragioni di questo rapido successo del giovane Trentin? Affermata preliminarmente la solida preparazione tecnica e culturale, occorre sottolineare la presenza in Trentin di quel “qualche cosa in più” che porta un pittore al di là della massa (rispettabile sempre quando è genuina e onesta) di quanti operano nelle arti figurative.
Un “qualche cosa in più” che colora ogni opera di significazioni particolari nelle quali la creatività dell’artista viene esaltata e messa interamente a fuoco.
Un giovane vitale e con un sacco di cose da comunicare, quale è Trentin, era giusto trovasse presto lo spazio adatto nel quale muoversi; e questo è uno spazio fornito dalle più attuali esperienze post - realistiche, nelle quali si assommano i risultati di una libera ricerca sociale con le sollecitazioni di sentimenti e risentimenti, marcatamente riferibili ad una personalità totalmente disponibile alle più attente riflessioni su quanto succede nel mondo.
Non a caso c’è un prevalere della “descrizione” sugli apporti coloristici: il racconto, cioè, è inteso da Trentin nei suoi aspetti più esasperati e capaci di rendere piccanti anche le allusività meno scoperte.
Trentin insomma, non può essere, nella purezza delle sue intenzioni, ambiguo o velleitario: il suo discorso è tutto in superficie e facilmente leggibile; sempre che si sappia guardare al suo racconto in chiave di interpretazione, intelligente ed acuta, di aspetti comuni e quotidiani della nostra società, impegnata più verso una stolta autodistruzione che verso il recupero di una necessaria umanizzazione del vivere. Una volta compiuto, nella lettura di Trentin, questo lavoro di individualizzazione del punto focale del discorso, si avranno facilmente le ragioni di quel già segnalabile livello di presenza cui il pittore è arrivato in pochi ma intensissimi anni di lavoro.

Giuseppe Mazzariol, Venezia, 1973


// Testimonianza per Maurizio Trentin

Da decenni la pittura di Maurizio Trentin dimostra che si può ancora rappresentare la realtà, che la “mimesis” non è soltanto ripetizione di ciò che si vede e di quanto esiste attorno a noi, ma che la rappresentazione, quando è il prodotto dello sguardo obliquo dell’artista, va oltre il mero riscontro sensoriale e percettivo, anzi paradossalmente consente in effetti di conoscere il mondo nei suoi recessi più profondi, nella sua nuda verità. Soltanto che Trentin lo fa senza ricorrere in questo senso ad alcuna declinazione di carattere “tradizionale”, ossia alle varie forme di “realismo” che si sono storicamente succedute, da Caravaggio a Courbet, da Dante Rossetti a Schad, da Casorati a Sciltian, dunque dal naturalismo critico alla nuova oggettività, e tanto meno senza servirsi delle attuali suggestive tecniche di riproduzione – dalla fotografia alla tela emulsionata, dal riporto meccanico alle ricostruzioni digitali – ma unicamente affidandosi all’obiettivo di un occhio capace di penetrare trasversalmente la superficie che fa emergere le apparenze sensibili ma inevitabilmente fugaci del mondo.
Non si tratta soltanto di imporre un proprio punto di vista, in quanto Trentin non mette in posa la realtà, al contrario la ritrae – figure e ambienti, oggetti e paesaggi – in una materia di pulsante vibrazione cromatica e luminosa, nonché mediante un magistrale nitore del disegno e un duttile, rapinoso impiego del chiaroscuro, ossia dentro una atmosfera mai cristallizzata in una atemporalità metafisica, bensì variegata e mobile nella sua incatturabile misteriosa vitalità, trasfigurata dunque per eccesso di visione in una sovrastante emergenza sia esistenziale che immaginativa.
Le cose ritratte escono dal quadro, non si ripiegano in uno spazio vetrificato, negli artifici retorici di un rigido iperrealismo o di un inquietante onirismo visionario, alla Dalì, ancorché vi risalta ugualmente dai dipinti di Trentin una perizia esecutiva assolutamente stupefacente, segnalando o, meglio, documentando al confronto un’attitudine, in lui, però diversa, sebbene portata comunque a mettere in opera dei dispositivi mentali ed emotivi ugualmente insidiosi e sofisticati.
Piuttosto Trentin non intende rinunciare a talune congenite sottigliezze pittoriche che gli provengono, lui veneziano, dalla propria formazione maturata a contatto con gli straordinari esempi di Giovanni Bellini e di Carpaccio – respirando perciò le stesse vaporose trasparenze dei cieli e delle acque lagunari – e coltivando poi una sensibilità di pari arricchita sulla lezione dei maggiori protagonisti della pittura moderna.
In ogni caso Trentin giunge a coniugare proposizioni figurative che si distinguono nettamente con un linguaggio espressivo di totale fedeltà al soggetto rappresentato ed Insieme di distacco da pretese meramente imitative, evitando nel contempo ogni insidia di spiazzamento allucinatorio, di sviante incantamento, anzi riconducendo il fantasma perturbante che si nasconde dietro ogni sembianza della realtà a fare i conti con l’introspezione lenticolare, psicologica ed emotiva, condotta dal suo sguardo obliquo, approfondendo con ciò, o meglio, mettendo in una ineludibile evidenza il senso medesimo, appunto originario,della pulsione più intima del vedere, del saper vedere.
Con analogo rigore speculativo l’artista sonda e porta a galla aspetti del reale che altrimenti non sarebbe stato possibile scoprire ed esprimere sull’esigenza di conformare I suoi folgoranti interventi, veri e propri flash pittorici, sulla prospettiva di una ricognizione analitica, di una riflessione sistematica attorno alle stesse prodigiose possibilità di cui risulta dotata l’ispirazione poetica che ne impronta l’intera opera.
Infatti un bisogno di dissimulazione lo spinge ogni volta – nei “ritratti”, nelle “nature morte”, negli “interni” – a privilegiare l’esattezza cartesiana, la chiarezza formale suscitate da un infallibile colpo d’occhio, da un affondo ubiquitario sulla materia inesplicabile della figuratività, alle radici di un’esperienza che per l’appunto reca con sé il dono della rivelazione.
Le immagini dei dipinti vengono avanti, reclamano un incontro ravvicinato, senza tregua si accampano dentro i nostri sguardi, ma non per confondersi poi con l’onnivora futilità della merceologia iconografica che ingombra le nostre metropoli, che assedia gli orizzonti del nostro quotidiano, bensì per distinguersi, per isolarsi in spazi, nei luoghi come quelli alquanto circoscritti dei quadri, dove si presenta e si custodisce un’ulteriore realtà, dove ad essere evocato è il senso intangibile di una bellezza di per sé sovrana.

Toni Toniato, Venezia, 2009


// Riflessioni sull'opera pittorica di Maurizio Trentin

Come un "hortus conclusus", un giardino recintato e prezioso, Trentin coltiva il suo spazio pittorico, volutamente e caparbiamente al di fuori di ogni schema. Con tenacia difende la sua realtà, il suo mondo, com'è giusto che sia. Un lento processo di preparazione della tela e dei colori è la base del suo operato, e questo procedere metodico, quotidiano è tanto importante per lui quanto l'opera compiuta. La sua passione è nel fare e non c'è spazio alcuno per la casualità o l'impeto del gesto non controllato dalla ragione. Lo spazio pittorico si costruisce con pacatezza e intelligenza in modo che ogni elemento trovi la sua giusta collocazione che è quella soltanto. Il risultato finale è perfetto quando nulla può esser più tolto o aggiunto.
Qualunque sia il soggetto rappresentato: nature morte, ritratti o interni il filo conduttore è dato dalla bricola nei suoi colori classici blu e bianco o rosso e bianco. Ma la bricola evoca Venezia, il luogo felice e spensierato dell'infanzia, delle feste tradizionali come la Madonna della Salute, il Redentore col banchetto dei dolci, dei bastoncini bicolori da succhiare. L'infanzia e Venezia si fondono e diventano il giardino nascosto da coltivare ed evocare ovunque, con ironia., con nostalgia, con melanconia.
Numerosi sono i luoghi, gli ambienti, che l'artista ha rappresentato nel corso della sua lunga e proficua carriera, ma essi non possono non entrare a far parte di quell'unica realtà:Venezia, le sue feste, la sua luce, la sua tradizione pittorica, una magnifica ossessione da cui l'artista non si può separare senza rischiare di perdere se stesso, la sua anima, la sua vera identità.
La luce fissa accentua i forti contrasti cromatici e immobilizza i diversi soggetti, nella dimensione e nell'unica realtà possibile: quella della tela. Ciò che infatti sconcerta è la distanza che l'artista ha dall'opera compiuta come se osservasse il suo operato attraverso l'inanimata presenza del "mandorlato".
Fondamentale è quindi, indipendentemente dal soggetto perseguire ed elaborare una bella forma che non può essere raggiunta e sostenuta se non da una tecnica pittorica rigorosa e puntuale.
L'unica verità possibile è amare e programmare rigorosamente ogni dettaglio, ogni linea, non trascurare la composizione e la struttura del dipinto. Non c'è dramma, non c'è introspezione psicologica nei ritratti perchè questo ci potrebbe far perdere di vista la delicatezza delle velature, la composizione, la tecnica pittorica insomma, che per Trentin rimane l'elemento fondamentale del dipingere, a cui tutto il resto può essere sacrificato.

Maria Luisa Pavanini, Venezia, 2009


// Per Maurizio Trentin

Senza alterazioni significative, che pure sono leggibili all'interno del suo percorso - da una iniziale chiarificazione dell'immagine secondo le possibili narrazioni in uso durante la pop-art, ad una rappresentazione della forma più glamour e sofisticata, così come si evidenzia a partire dagli anni ottanta - il tratto principale della pittura di Maurizio Trentin è l'assoluta sua fedeltà all'esperienza figurativa, nei termini e nei contenuti artistici più adatti per essa.
L'analisi dettagliata di personaggi e modelli realmente esistenti si situano costantemente in prossimità del reale, in quell'ambito della mimesi pittorica che non soltanto non tradisce difetti, ripensamenti o cadute di stile, ma sa anche rievocare nel singolo volto dipinto il presagio della vita, dell'appartenenza a sé, dell'unicità dell'io.
Perciò esemplificativo diventa il recente ritratto del Patriarca di Venezia Angelo Scola, al cui compimento Trentin credo abbia profuso la massima concentrazione e la più elevata sensibilità pittorica.
Nella ricerca di quel senso ponderato e misurato del dipingere che appartiene a lui come a pochi altri in Italia, dove ogni fase realizzativa, ogni singolo processo di analisi e di osservazione del soggetto viene costantemente disciplinato affinché l'incertezza non prevalga e il dubbio non persista, in questo terreno, a lui ben noto, credo Maurizio abbia usato ancora maggiore cautela e scrupolo. Poiché non c'è cosa peggiore che amplificare di un volto i suoi difetti, non c'è ritratto peggiore di una caricatura involontaria, di un'espressione vacua e priva di personalità.
Maurizio Trentin ha invece saputo affrontare con sicurezza - la sicurezza che deriva dall'esperienza ma anche dal lento e paziente lavoro - il compito più complesso che forse gli sia stato mai affidato, restituendo al soggetto raffigurato non soltanto quanto di verosimile e di rispondente ai lineamenti vi sia, ma soprattutto l'intima sua personalità, addentrandosi quindi nel campo più difficile e spesso irrisolvibile della ritrattistica, lì dove risulti necessario porre in luce il volto interiore, l'anima di un uomo.

Michele Beraldo, Venezia 2010


// Testimonianza per Maurizio Trentin

Bisogna avere coraggio per proporre, oggi, opere come quelle di Maurizio Trentin.
Questo veneziano apprezzato e ricercato dai miliardari texani, pur dall’alto di una lunga carriera di docente in Discipline Pittoriche, non ha alcuna remora a ignorare tout court un secolo intero di avanguardia, sperimentazione e ricerca nell’arte figurativa. Negli anni Sessanta, operando in maniera enantiodromica, mentre tutto intorno a lui si muove verso i poli d’attrazione di ricerche sempre più audaci, egli abbandona l’astrattismo e rivolge lo sguardo all’indietro, e precisamente all’arte figurativa pura, al naturalismo, al verismo, all’iperrealismo, quasi come in una traduzione pittorica dello Stravinskij neoclassico, quello del “Pulcinella”. Di più: egli non si perita affatto di mettersi al pari dei classici della grande pittura veneziana per quanto riguarda soggetti, stilemi e sintassi compositiva, né teme il confronto con la ritrattistica dei Tiziano, dei Tiepolo, dei Rubens.
Il risultato di questo programma, portato avanti da allora senza scostamenti né ripensamenti, è sotto gli occhi di tutti ed è visibile in ogni parte del globo, come apprenderete dalla mappa del mondo bene in vista nel suo studio, che è costellata di spilli come in un quartier generale d’altri tempi, a segnare le esposizioni, i musei e le gallerie che hanno ospitato le sue opere.
La sua originalità di concezione e di composizione è pari alla sua sensibilità d’artista.
La visione dei suoi quadri, tutte opere di rilevante grandezza fisica e simbolica, non può non suscitare reazioni molto vive: sbalordimento, sconcerto, sorpresa - mai indifferenza.
Opere come “Sulle classi deboli: della vecchiaia” (un anziano morente sul suo letto, investito da una luce cruda che ne scandaglia con clinica freddezza la semeiologia medica dell’agonia avanzante), “Del militarismo: i due sosia” (due poliziotti di un Paese totalitarista ritratti in primo piano in zona pubica) o “Alla salvaguardia di Venezia” (un vecchio stranamente bardato si staglia con enigmatica fissità su uno scorcio veneziano) sono un pugno nello stomaco: disturbanti più che conturbanti, le sue figure umane escono violentemente dalla tela, e come ectoplasmi prolungano le loro propaggini fino all’inconscio dell’osservatore, giungendo a insidiare il sonno di chi si imbatte in queste e simili altre visioni dai colori violenti, dai contorni incisi con nettezza, dalle insistite e non timide allusioni carnali.
Un osservatore che non conoscesse personalmente l’Autore potrebbe fermarsi alla prima impressione viscerale e farsene condizionare il giudizio estetico, laddove invece vi è ben di più, vi è ben altro da aggiungere per chi abbia voglia di lasciarsi condurre dalle sue argomentazioni declamate con rapinosa veemenza non appena gli si dia il “La”, specialmente in situazioni conviviali, delle quali è parimenti Maestro cerimoniere, davanti a un buon piatto di cucina tradizionale. Pensieri e argomentazioni, lo diciamo a consolazione delle generazioni future, che sono interamente espressi sulla tela, nella quale infatti è compiutamente raffigurato tutto l’uomo Maurizio, nelle sue luci e ombre, aspirazioni e utopie, esperienze e invenzioni: eppure, bisogna avere i suoi occhi e la sua mente per riuscire a estrarre da questi impressionanti dipinti tutta la qualità innovativa che da lui, istrione impossibile da imitare, vi viene illustrata.

Matteo Rampin, Mestre 2012